Informazioni
Autore: ticino1
INDICE
- CHE COS'È LA NWOBHM?
- INTERVIEW WITH DEMON PACT [ENG]
- INTERVISTA AI DEMON PACT [ITA]
- INTERVIEW WITH JAGUAR [ENG]
- INTERVISTA AI JAGUAR [ITA]
- VOLETE CONOSCERE QUALCHE ALTRO DISCO?
I. TEMA E OBIETTIVO
Molti ne parlano, pochi sanno che cosa fosse. Come al solito è difficile con il senno di poi tracciare dei confini precisi. Questo movimento soffre dello stesso fenomeno ed è discusso nel medesimo modo dei gruppi dei miei tempi e di altri veterani che oggi sono ridotti di valore da cosiddetti esperti "googleiani" col pannolino.
L'obiettivo principale della mia elucubrazione mentale è di offrirvi qualche informazione di base sulla NWOBHM e alcuni consigli d'ascolto per avvicinarvi a questa cultura metal un poco dimenticata. Pignoli e Bastian Contrari vogliano per cortesia tenere conto del fatto che una dissertazione esauriente supererebbe notevolmente, come farà comunque quest'articolo, le possibilità offerte dalla nostra modesta piattaforma e strazierebbe in ogni modo la pazienza del lettore più interessato e accanito.
II. ORIGINE DELLA DEFINIZIONE
Innanzitutto: cosa significa NWOBHM? "New Wave Of British Heavy Metal" che in italiano è "Nuova Onda Dell'Heavy Metal Britannico" oppure, come si diceva a volte, parlando allegramente, e qui cito la versione vocale: "Nuòbem". Da dove viene il termine NWOBHM che usiamo in continuazione? A seconda della sorgente d'informazioni troverete versioni diverse. Ritengo che quella trovata su Wikipedia English sia la più realistica e credibile. Questa è anche sostenuta da gran parte degli autori che si occupano del fenomeno. Nel lontano 1979 suonarono a Londra Samson, Iron Maiden e altri in una data della tournée Metal Crusade Music Machine. Geoff Barton scrisse una critica per la rivista Sounds in cui definì lo stile comune a questi gruppi come New Wave Of British Heavy Metal. Barton fu co-fondatore della rivista Kerrang Magazine.
III. UN POCO DI STORIA
Non vissi personalmente quegli anni storici del movimento e il mio primo contatto con il genere fu, ma pensate voi, con gli Iron Maiden. I miei ricordi metal di allora si compongono di mostri stra-truccati e con pettinature alquanto... originali come quelle dei Motley Crue o Poison americani. Era questo il vero metal? Come compresi presto, no. Resta comunque da dire che gli americani furono quelli che sbafarono la fetta più grande della torta. La Gran Bretagna restò nello scaffale malgrado Venom, Black Sabbath e compagnia bella.
Mentre i musicisti delle formazioni storiche dell'hard rock provenivano sovente da famiglie benestanti e avevano approfittato di un'educazione di buon livello, il terreno della NWOBHM era simile a quello del punk. Questi artisti erano spesso figli di operai che non si potevano permettere di vivere nei quartieri raffinati.
Parlando di punk: il genere affascinava grazie alla sua crudezza e velocità. Qui giace la differenza con l'hard rock o lo pseudo-metal degli inizî Anni Settanta. Mentre l'ultimo si basava ancora sul blues seguendo la tradizione del Sessantotto, la Nuova Onda Metallica tentava di ignorare questo genere tradizionale per seguire il connubio con le sonorità più cruente provenienti dal punk.
Durante l'ascolto di parecchie registrazioni molto oscure e di altre conosciute ai più, ho notato che non tutte le formazioni erano veramente "metal". Erano parte del movimento che è ora conosciuto come NWOBHM e ciò basta. Gruppi come i White Spirit contenevano ancora parti molto connesse a quello che offrirono i Deep Purple, una decina d'anni prima. Il risultato è molto interessante e di buon ascolto. Gli assoli di tastiera non sono del Signor Lord, ma molto appetibili.
Non si può definire esattamente il punto di nascita del fenomeno. Sembra che furono i Budgie, vecchia formazione di Cardiff, a influenzare fortemente i giovani musicisti selvaggi della NWOBHM con le strutture dei loro pezzi. Questo è quanto viene a galla ascoltando testimonianze dei musicisti d'allora e leggendone le interviste. Fu sul tardi degli Anni Settanta che il metal investì la Gran Bretagna come un grande Tsunami, dando alla luce gruppi negli angoli più sperduti delle lande che, a volte seguendo lo spirito del pomeriggio domenicale allo stadio, vivevano fra loro una forte concorrenza. Concretamente parlando, si può fissare l'inizio della NWOBHM alla metà Anni Settanta, l'apice intorno al 1980 e la fine verso la metà degli Ottanta.
Così, tanto per curiosità... negli Anni Novanta apparve una serie di uscite pirata, di regola raccolte, che segnò una specie di revival in contumacia. Infatti, malgrado gran parte delle formazioni non esistesse più, in Giappone soprattutto vivevano ancora fanatici che volevano avere la possibilità di ascoltare la musica uscita in quegli anni passati. È interessante il fatto che durante il boom della NWOBHM i gruppi fossero ospiti ben visti a concerti in Francia e Olanda, nazioni che ancora oggi mantengono viva la loro tradizione heavy metal.
IV. IL PRODOTTO
La casa discografica più conosciuta per il genere è sicuramente la NEAT Records che pubblicò un'infinità di 7" e raccolte oggi impagabili. Quegli anni erano ancora molto legati alla cultura del singolo di sette pollici. Se oggi il sogno più grande per un musicista è tenere in mano il proprio disco, a quel tempo il singolo era un mezzo affidabile per raggiungere il pubblico affamato di sonorità dure.
Molti gruppi, in parte anche veramente validi, andarono persi nell'oceano di uscite e/o sorseggiarono il vino, oh scusate la birra, della grande popolarità locale. La situazione di allora non era molto differente da oggi: un genere o un movimento si mettono in moto con formazioni valide per affondare in una marea di uscite spesso inutili.
Come detto sopra, la musica non era heavy nel senso compreso solitamente oggi; la gamma di stili variava dall'hard rock al prog, dall'heavy al doom. Chi fosse davvero interessato alla storia musicale avrà di che divertirsi nello strato fossilifero dell'era NWOBHM.
V. INFLUENZE PORTATE
Il movimento fu tanto diffuso da dover provocare una scia che spinse molti giovani a imbracciare uno strumento. I più conosciuti sono indubbiamente i Metallica, che in più occasioni mostrarono il loro amore per la NWOBHM suonando cover dei Raven o dei Blitzkrieg. I Judas Priest non sono considerati come puri rappresentanti del genere (erano attivi già molto prima di questo periodo), ma furono responsabili per i grandi riff che ci offrì Kerry King con gli Slayer. Venom e Motorhead posarono le pietre che portarono alla costruzione del death e del black. Ricordo a lato che Lemmy considera il suo gruppo non come metal ma rock'n'roll!
Lasciate di lato i pregiudizî, scavate nel passato per essere sorpresi d'apprendere che non tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti fosse genuino con un marchio DOC sull'etichetta...
Dulcis in fundo... la cosiddetta "Air Guitar" nacque anch'essa in quegli anni e fu suonata spesso e volentieri alle feste...
VI. DIECI DISCHI DA CONOSCERE
C'è molto di più da scoprire ma, per iniziare, ascoltatevi questi lavori, dieci sono pochi lo so, scelti fra i più rappresentativi e facili da trovare! Per chi acquistasse ancora dischi originali, vogliate essere attenti a non ingrassare chi offre bootleg di disgustosa qualità.
Blitzkrieg – "A Time Of Changes"
Budgie - "Squawk"
Cloven Hoof – "Dominator"
Grim Reaper – "See You In Hell"
Jaguar - "Power Games – The Anthology"
Legend - "Anthology"
Pagan Altar – "Volume 1"
Satan - "Court In The Act"
Tokyo Blade – "Genghis Khan Killers"
Venom – "Welcome To Hell"
FONTI:
I miei dischi e CD
Google in generale (siti di gruppi, interviste, ecc.)
"Heavy Metal Britannia" (documentario)
Metal-Archives
"The NWOBHM Enciclopedia", Malc Mc Millan, Edizioni Iron Pages (ISBN 978-3-931624-16-3)
Wikipedia (diverse lingue)
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Informazioni
Data: 29/04-01/05/2013
Luogo: Pinggu, Pechino, Cina
Autore: Lord Pist
La Scuola di Musica Midi — non come il formato per le basi del karaoke o i giochi d'annata, è proprio il nome della scuola — di Pechino (北京迷笛音乐学校) fu fondata nel 1993 e fu la prima in Cina a occuparsi ufficialmente dell'insegnamento di generi "nuovi" come il jazz, il rock, il blues, eccetera. Non dimentichiamo che, fino ai tardi anni '70, la musica (soprattutto straniera) non aveva avuto vita facile nell'austera epoca maoista, e solo nella seconda metà degli anni '80 e nei primi '90 inizia a sorgere un movimento rock di una qualche rilevanza intorno a figure come Cui Jian e Dou Wei.

La storia del Midi Modern Music Festival (comunemente noto come Midi Festival) è un po' la storia della musica rock (e non solo) in Cina. L'evento nacque come poco più di un saggio di fine anno, con i gruppi formati dagli studenti della scuola, nel 2000. Ottocento spettatori, un solo palco allestito all'interno della scuola stessa e trentasette gruppi distribuiti in una due giorni gratuita. Nell'arco di poche edizioni, nel 2004, il festival fu spostato all'esterno per via del crescente successo (seimila persone quell'anno) e da allora non si è più guardato indietro. Una delle maggiori differenze rispetto ai festival europei è l'eterogeneità della proposta: immagine di un panorama relativamente giovane e quindi non ancora abbastanza "specializzato" da offrire festival di livello specificamente "metal", "rock", "elettronici" o altro, per quanto il rock resti in termini numerici la fetta più consistente dell'evento. Il festival si tiene in genere a Pechino nei giorni intorno alla Festa del Lavoro, una delle ricorrenze più importanti in Cina, in modo da permettere anche a chi viene da fuori di godersi questi giorni di musica senza pensare a scuola o lavoro. Tuttavia è ormai diventato talmente grande da avere anche date al sud (nel 2013 c'è stata ad esempio la seconda edizione shanghainese).
Il Midi Festival 2013 di Pechino ha celebrato anche i vent'anni di attività dell'omonima scuola. Io sono stato all'edizione 2011, ma in quell'occasione non ebbi la chance di restare più di un giorno, stavolta sono stato in campeggio per tutti i tre giorni, quindi potrò esprimere un giudizio più completo.
Partiamo dalla location, quest'anno il festival si è tenuto nell'area di Pinggu, a circa due ore di autobus verso est dal centro di Pechino (e, nel mio caso, ulteriori diciassette ore di treno notturno, senza letto, da Shanghai). Questo aspetto si è rivelato vincente per certi versi (cielo azzurro e colline verdi, la zona è una pista da sci durante l'inverno, lontano dall'insostenibile smog della città), e scomodo per altri (per raggiungere il più vicino centro abitato bisognava prendere un taxi illegale per quindici-venti minuti). L'area tende è molto vicina all'area concerti, e questa è una cosa positiva, peccato che sia vietato portare bevande anche lì e non solo ai palchi, con conseguente spreco di letteralmente migliaia di bottiglie prima del controllo di sicurezza. I bagni non sono abbastanza per la mole di gente che ha affollato la tre giorni (circa ventimila persone) e l'assenza di una doccia è stata un fattore piuttosto pesante nel giudizio sull'organizzazione della struttura in generale. La cosa più stramba è il fatto che si poteva entrare e uscire dall'area concerti solo una volta durante una giornata, diciamo quindi che in termini gestionali c'è ancora da lavorare. Tanti gli stand di cibo all'interno, e anche in termini di merchandising e bancarelle di vario tipo non ci si può lamentare. Chiaro, gli standard dei festival tedeschi sono lontani, ma i presupposti sono molto diversi.

Bene, l'organizzazione ha ancora da imparare, ma parliamo della musica, che è ciò che ci interessa di più. Oltre ottanta gruppi distribuiti su quattro palchi (più un altro palco per le band degli studenti), cercando di rappresentare quanti più generi possibili, dal metalcore al folk, passando per la drum and bass e il rock.
29 APRILE – UN ASSAGGIO DI MIDI
18:50 Nova Heart (Cina – Elettronica - Tang Stage)
Il primo giorno è andato via abbastanza velocemente, tra autobus, montaggio tende e questioni logistiche varie. La prima band che riesco a vedere nel tardo pomeriggio sono i Nova Heart, progetto di rock elettronico fondato a Pechino da Helen Feng, una delle figure più in vista della scena locale negli anni ‘00. Arrivo al palco quando la loro esibizione è già a metà, ma vengo subito rapito dal ritmo incalzante della loro musica a cavallo tra le atmosfere trip-hop e momenti da ballo (quasi) sfrenato. La vocalist è il centro della performance e interpreta i brani in maniera molto personale. I Nova Heart sono già stati in tour all’estero ed è possibile trovarli su Soundcloud con alcuni brani dimostrativi. Miglior band della prima giornata.
19:50 液氧罐头 [Yeyang Guantou] (Cina – Nu Metal / Crossover – Tang Stage)
Un fenomeno molto interessante in Cina è la relativa popolarità di un genere quale il nu metal / crossover, che tra Stati Uniti ed Europa è praticamente scomparso una decina d'anni fa. Alcune band (Twisted Machine su tutti) a cavallo tra anni '90 e '00 introdussero questo stile in Cina e man mano moltissimi gruppi hanno invaso i festival in giro per il paese. Questo gruppo non aggiunge niente di particolare al calderone, se non qualche momento vagamente "reggaeggiante". Primi cinesi con i rasta di una lunga lista.
21:40 激肤乐团 [My Skin Against Your Skin] (Taiwan – Indie / Punk Rock – Song Stage)
Dopo una visita ai due palchi minori (un po' di drum and bass con gli svizzeri Bubble Beatz e di country con i Randy Abel Stable), mi avvio verso il Song Stage. Già si manifestano i primi ritardi sul palco principale, con i My Skin Against Your Skin che iniziano oltre un'ora più tardi rispetto a quanto segnato sul bill ufficiale. Altra nuova scoperta per me, e ancora una band con una donna alla voce, questo gruppo taiwanese mi porta alla mente i Subs (che saranno headliner della seconda giornata) e una decina di band straniere di questo tipo. Pur non brillando per originalità, sono protagonisti di un'ottima esibizione e il pubblico gradisce e balla molto. Bel vestito.
22:30 战斧 [Tomahawk] (Cina – Nu Metal / Thrash – Song Stage)
Uno dei gruppi storici del nu metal locale, in particolare con il disco del 2001 "死城" ("Dead City"). Il loro stile è più pesante rispetto ai Twisted Machine e si affaccia spesso anche sul groove metal. Primo esempio della particolare concezione di headliner a un festival cinese: nessun gruppo suona più di quaranta o quarantacinque minuti, nemmeno gli ultimi in scaletta. A chiudere la prima giornata saranno proprio i Twisted Machine, ma io ero decisamente troppo stanco dopo le mille ore di viaggio in pochi giorni e non sono riuscito a vederli. Minchia man, i Pantera?
30 APRILE – ORA SI FA SUL SERIO
13:15 Before The Daylight (Cina – Metalcore – Qing Stage)
Il secondo giorno sono decisamente più pronto a vivere il festival nella sua interezza e appena possibile vado a vedere la prima band di giornata su uno dei palchi minori. Il metalcore è uno dei generi più in vista in questi ambienti negli ultimi due o tre anni, e questa band spicca per la presenza di una ragazza alla voce. Lo stile alterna momenti molto grezzi ad altri anche troppo melodici, a volte minando la consistenza dei brani. Un buon gruppo da mezz'ora dal vivo.
16:00 布衣 [Buyi] (Cina – Alternative / Folk Rock – Tang Stage)
Dopo un giro tra gli stand e qualche acquisto, è il momento di una delle band storiche e più popolari del rock cinese contemporaneo, i Buyi furono fondati nel 1995, anche se iniziarono a raccogliere consensi su scala nazionale solo verso la metà degli anni '00. Il nome del gruppo significa letteralmente "vestito di stoffa", ma in cinese è un modo di indicare le persone comuni; i loro testi sono spesso divertenti e da cantare insieme. Terza volta che li vedo (ma prima all'interno di un festival), Wu Ningyue e soci si confermano padroni del palco e del pubblico, che canta quasi tutte le canzoni. Verso metà concerto, mi dirigo a vedere una band nuova sul Qing Stage, soddisfatto come sempre della prestazione dei Buyi. Consapevolmente divertenti.
17:00 Bloody Woods [血森林] (Cina – Neofolk – Qing Stage)
Ecco il gruppo che ero più curioso di sentire all'interno della seconda giornata. Mai sentiti nominare prima del festival, scopro presto che si tratta di un complesso legato a 白水 (Bai Shui, "Acqua Naturale"), progetto del polistrumentista simbolo della nascente scena neofolk in Cina, Gu Dao. Il concerto inizia con circa mezz'ora di ritardo per via di problemi tecnici, che ahimé sono stati piuttosto frequenti nell'arco del festival. Questo gruppo originario del Sichuan, a differenza di Bai Shui, guarda dichiaratamente all'Europa, addirittura con qualche testo cantato in tedesco dalla cantante Anna. Sembra di trovarsi davanti a una fusione di Corde Oblique, Neun Welten, Ataraxia, insomma la "nuova" scena neofolk e affini europea. Atmosfere eteree si alternano a ritmi da fiera di paese, i Bloody Woods conquistano lo sparuto pubblico del pomeriggio sul palco minore. Scusati per il ritardo.
19:50 木玛 & Third Party [Muma] (Cina – Rock Elettronico – Tang Stage)
Ancora una pausa per riposarsi, mangiare qualcosa e guardare distrattamente qualche gruppo da lontano. Quando cala la sera è finalmente il momento di un'altra delle figure simbolo dell'ultima quindicina d'anni di rock cinese: Mu Ma. Fondatore della band quasi omonima Muma木马 nella seconda metà degli anni '90, ha iniziato a collaborare dopo qualche anno con i Third Party, passando da un rock alternativo variamente ispirato ai contemporanei occidentali a una proposta dalle venature dichiaratamente più elettroniche. La performance è di livello assoluto, anche la scelta dei video sullo sfondo si rivela vincente e ci si ritrova rapiti dalla musica e a ballare quasi senza accorgersene. Miglior esibizione del festival.
21:20 巨蟹座 [Cancer] (Cina – Nu Metal – Song Stage)
Ancora un gruppo con più di dieci anni di esperienza negli ambienti nu metal, che nella sua carriera non ha mancato di sollevare qualche controversia per via dei testi socialmente impegnati. Purtroppo il Song Stage ha continuato ad accumulare ritardi nell'arco della giornata, con i Cancer che iniziano quasi un'ora dopo il previsto. La prestazione è solida e conferma l'esperienza di questo gruppo formatosi sui palchi di Pechino e ancora una volta la vivacità della scena alternativa del nord del paese a cavallo tra anni '90 e '00. Professionisti (cit.).
22:20 SUBS (Cina – Indie / Punk Rock – Song Stage)
La preparazione all'evento principale della giornata soffre ancora qualche ritardo, ma resto speranzoso in attesa degli headliner. I SUBS sono una delle band di maggior successo nella scena punk cinese, forti del carisma della cantante Kang Mao e delle loro esibizioni sempre cariche e coinvolgenti. La loro apparizione sul palco viene accolta con entusiasmo dalla folla e subito si va forte, in una performance che rischia di entrare seriamente in corsa per la migliore del festival. Peccato solo che a metà (circa una ventina di minuti) l'organizzazione decida di chiuderla lì, interrompendo i SUBS senza far completare loro il concerto in un momento alquanto surreale. Occasione sprecata.
1 MAGGIO - IL GRAN FINALE
13:30 九宝 [Nine Treasures] (Cina – Folk Metal – Tang Stage)
Il terzo e ultimo giorno si prospetta di discreto interesse fin da subito, con una delle band della recente "nuova ondata" proveniente dalla Mongolia Interna. Da quando gli Hanggai sono venuti fuori intorno alla metà degli anni '00 con il loro folk rock ballerino, i costumi tradizionali e i testi in mongolo, sono tantissime le band originarie di quella provincia che sperimentano le mescolanze più varie tra strumenti tradizionali e rock / metal di varia intensità (Tengger Cavalry e Ego Fall per dirne due). Dopo aver dato un'ascoltata rapida a un altro gruppo di origine mongola (guarda un po') sul palco minore, mi dirigo al Tang stage, dove i Nine Treasures hanno raccolto una folla incredibile per l'una di pomeriggio. Sembra la solita proposta, abiti e strumenti tradizionali (come la balalaika) e battute in mongolo con il pubblico presente, ma il gruppo è protagonista di una delle esibizioni migliori dell'intero festival (prima volta al Midi per loro), a mani basse. In questo caso dispiace che abbiano avuto solo trenta minuti, sicuramente scaleranno qualche posizione nel bill in futuro (per quanto possa contare qui, visto che gli headliner non suonano più di una quarantina di minuti). Miglior gruppo emergente.
15:30 脑浊 [Brain Failure] (Cina – Punk / Pop / Ska Rock – Tang Stage)
Tanti i gruppi storici in questa tre giorni, in vari generi. Nel caldo pomeriggio dell'ultimo giorno, è il turno del gruppo cardine del punk rock cinese: i Brain Failure sono tra le band più popolari anche all'estero, fondati nel 1997. Il loro show è abbondantemente uno dei più intensi del festival, con il pubblico che pende dalle loro corde e si scatena (addirittura un membro della security si produce in un momento di crowd surfing, memorabile). I Brain Failure sono una delle presenze fisse ai festival maggiori, quaranta minuti di qualità che mettono l'asticella molto in alto per le band successive (e precedenti). "I'm coming down!".
16:20 窒息 [Suffocated] (Cina – Thrash / Death Metal – Tang Stage)
Eccoci forse al gruppo più vicino alle competenze di Aristocrazia, una delle prime band di metal estremo a calcare i palchi cinesi. I Suffocated si formarono tra 1996 e 1997 a Pechino e subito segnarono una rottura rispetto al (poco) metal che esisteva nel paese all'epoca. Sono un gruppo live molto solido ormai da anni e un piacere per chi gradisce certe sonorità. Durante la loro esibizione si scatena un discreto mosh e capelli di varia lunghezza roteano ad alta velocità, alla fine mi dirigo verso la tenda per l'ultima pausa prima del gran finale. Metallo.
20:00 Bubble Beatz (Svizzera – Drum And Bass / Elettronica – Mini Stage)
Uno dei palchi minori del festival è stato dedicato alla musica elettronica, con due gruppi ad alternarsi tre o quattro volte nell'arco di ogni giornata. Credo che sia giusto spendere due parole sui Bubble Beatz, duo svizzero che si è prodotto in show molto coinvolgenti e di discreto appeal nei confronti del non numeroso pubblico. La particolarità di questo progetto è l'utilizzo dei più vari strumenti, pentole, coperchi e bidoni su tutti. I due riescono a far ballare addirittura il difficile pubblico pechinese (che è stato invece molto movimentato, come da tradizione, durante i concerti dei palchi maggiori). Ben due encore per i Bubble Beatz, che sicuramente conserveranno un ricordo positivo di questi tre giorni nella periferia di Pechino. Sudati.
20:40 Sybreed (Svizzera – Industrial Metal – Song Stage)
I festival cinesi non sono ricchissimi di ospiti stranieri, in genere intorno alla decina di band e raramente headliner. I Sybreed sono forse il nome straniero di maggior richiamo quest'anno, anche loro alle prese con i ritardi ormai inevitabili del palco principale. La loro performance raccoglie una folla notevole e il risultato è pregevole, nei canonici quaranta minuti a disposizione pescano anche e soprattutto dal loro disco più riuscito "Antares". Onesto concerto da quasi-headliner.
22:00 痛苦的信仰 [Miserable Faith] (Cina – Nu Metal / Crossover / Rock – Tang Stage)
Attendo un (bel) po' di tempo per vedere l'inizio degli Escape Plan, capelli a scodella e una massa di pubblico enorme per questo gruppo pop/rock. La folla è esagerata e, dopo due o tre canzoni, è decisamente il tempo di dirigersi al Song stage, siccome è letteralmente impossibile stare tra la gente e uno degli show più interessanti sta per iniziare. Come ormai è abitudine, i Miserable Faith chiudono il festival davanti a un oceano di persone. Un altro dei gruppi storici dei primi '00, furono tra quelli che hanno gettato le basi del nuovo rock cinese. Sono alcuni anni che la band ha introdotto elementi più vicini al rock o al folk e smussato gli angoli dell'esordio datato 2002, Gao Hu e i suoi ci regalano una grande performance accompagnata da bei video di sottofondo e dal pubblico che canta molte delle canzoni. Qui il nu metal non è (ancora) morto.
Rifare i bagagli alla fine di un festival è sempre un momento un po' triste. Si esce da una dimensione che apparentemente esiste solo in quel momento e in quel luogo, per tornare più o meno velocemente alla propria routine. Due ore circa di autobus e si torna nell'immensa capitale, da lì il viaggio continua, ma per il prossimo Midi Festival di Pechino bisognerà aspettare un altro anno.
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Informazioni
Gruppo: In The Woods...
Titolo: Heart Of The Ages
Anno: 1995
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Misanthropy Records
Contatti: myspace.com/INTHEWOODS666 - inthechileanwoods.tk
Autore: Akh.
Tracklist
1. Yearning The Seeds Of A New Dimension
2. Heart Of The Ages
3. In The Woods...
4. Mourning The Death Of Aase
5. Wotan's Return
6. Pigeon
7. The Divinity Of Wisdom
DURATA: 59:00
Sto continuando ad ascoltare "Heart Of The Ages"... ma niente riesce a uscire dalle mie dita, la mia mente viene rapita continuamente dal suo tessuto musicale, dalla bellezza istintiva di questa perla. I momenti vagano dietro a cortine di tastiere e note di chitarre flebili, dietro richiami intimi e parchi, eppure energetici e coinvolgenti; come lo stare a osservare la legna che brucia nel falò, come respirare l'aria pungente di umidità in riva a un lago, come l'ascoltare il frinire e il cinguettare nel profondo del bosco.
Le aperture di voce pulita emozionano per la partecipazione con cui vengono interpretate, il lavoro avvolgente di tutto ciò che fuoriesce dal disco crea una combustione interiore difficile da spiegare e da motivare, così come diventa improbabile riuscire a contenere le emozioni dentro a un bicchiere colmo d'acqua. L'unica coppa ammissibile ora per questo scopo possono essere esclusivamente le mie mani.
Gli strumenti e le strutture dei brani hanno tutti il preciso intento di creare... di esistere, di riflettere, di portarci in territori inesplorati dal B.M., attraverso lunghi sentieri progressivi, seducenti e lontano dal Caos; spingendoci a osservare fino in fondo immagini tremule e indefinite, immagini che ritraggono l'ambiguità dello stato solido, tangibile e allo stesso tempo irreale.
Ogni minuzia di questo disco è fuoriuscita con la precisione di chi si è lasciato alle spalle artifici e preconcetti, lo spirito ondivago e pellegrino di "H.O.T.A." ci permette quindi di addentrarci su più portali differenti e di rimanere estasiati per la freschezza e l'intensità con le quali viene sviscerato l'insieme, senza perché o ma.
Ringrazio gli In The Woods... per la loro natura semplice e articolata, per essere riusciti a parlare tramite le loro emozioni, per essere andati oltre i limiti e i confini di certa musica, riecheggiando nei corsi d'acqua montana, nel sole pallido all'estremità delle coste nordiche, nei canti liberi del vento aspro della Norvegia, nei Sacri fuochi dei Solstizi, nel ghiaccio e nella neve che si posa sul terreno e sulle foreste, che ricoprono i fiordi e rendono immacolato tutto alla vista, tracciando linee impalpabili ed eteree come certi momenti che le orecchie possono ancora cogliere.
Osservando un pensiero particolare in memoria di Oddvar Moi: non ho trovato parole adeguate per potermi esprimere in quanto narrato... posso solamente raccogliere tutto dicendo un unico "grazie!".
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Informazioni
Gruppo: Infant Death
Titolo: Cursed To Damnation
Anno: 2013
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: infantdeath.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Execution By Torture
2. Violent Death
3. Destruction And Death
4. Fornication Of The Death
DURATA: 11:00
Il vostro acuto bisogno di metallo sporco e rozzo ci ha trasformato in veri scout che cacciano e catturano le migliori registrazioni fisiche e digitali per soddisfare le vostre necessità. Poco tempo è passato da quando avete avuto l'occasione di leggere la mia recensione riguardo la prima demo targata Infant Death pubblicata in gennaio. Vi ricorderete forse che vi parlai della sua brutalità e di quanto fosse grezzo il lavoro. In febbraio è uscita la seconda demo che, credendo alle informazioni su Facebook, sarà ottenibile sotto forma di cassetta da marzo.
Preferite ascoltarvi un disco che dura oltre un'ora, lento, noioso e con magari due o tre pezzi validi, oppure lasciarvi sventrare da una registrazione di una decina di minuti che giunge immediatamente al nocciolo della discussione? Coloro che si sentono attratti dalla prima possibilità possono tranquillamente prendere le loro giacche e uscire, il guardaroba è nel burrone, mentre gli altri possono restare qui a combattere la crociata nel nome del metallo corazzato.
Mi convince sempre più l'idea che questi norvegesi si lascino trascinare parecchio dal thrash teutonico più brutale apparso negli Anni Ottanta. D'accordo, qualcuno affermerà che si trovano anche tocchi di Slayer, ma — parliamoci chiaro — dove non scoprirne nella musica dura? Il mio orecchio filtra anche lo stile dei Protector di "Misanthropy" e naturalmente tanti altri classici dell'epoca. La brutalità immane di queste quattro canzoni dovrebbe lasciar gonfiare il pacco a tutti quelli che sono assolutamente impermeabili alla melodia. Quando qualcuno vi si presenta dicendo di chiamarsi "Violent Death", non vi aspettate certamente una persona che a casa propria celebri un feticcio rosa e profumato. Velocità, marciume, rabbia, violenza... queste sono le spezie con cui si condiscono gli ascolti. Sì, con piacere ci lanciamo all'attacco di tutta quella marmaglia insulsa che avvelena, impesta e diluisce il nobile sangue del metallo privo di compromessi. Respiriamo profondamente e godiamoci l'odore acre della cordite, del sangue dei numerosi nemici caduti e della gloria immensa dataci dalla vittoria sul campo dei generi musicali estremi.
Siete ancora qui a leggere? Andate ad ascoltare... al passo di corsa, marsch!
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Informazioni
Gruppo: Thy Light
Titolo: Suici.De.Pression
Anno: 2012
Provenienza: Brasile
Etichetta: Pest Productions
Contatti: facebook.com/officialthylight - pestproductions.bandcamp.com/album/suici-de-pression
Autore: M1
Tracklist
1. Suici.De.Pression (Introduction To My End)
2. In My Last Mourning...
3. A Crawling Worm In A World Of Lies
4. I Am Bitter Taste Of Gall
5. ...And I Finally Reach My End
DURATA: 45:37
Documentandomi un po' in rete, ho scoperto che questo presunto demo sconosciuto (a me), rilasciato da Paolo Bruno col progetto Thy Light, in realtà è ritenuto una sorta di culto nell'underground. Questa è stata una delle ragioni che hanno portato la Pest Productions a farsi carico di riproporlo in veste professionale e rimasterizzata a ben cinque anni dall'uscita originaria. E la scelta è stata davvero azzeccata!
"Suici.De.Pression" è un coacervo di emozioni negative e sofferenza veicolate attraverso cinque brani carichi di pathos che non si accontentano di restare sui binari già delineati del depressive / suicidal più canonico, fatto di latrati e riff ripetitivi, ma accolgono a sé molteplici elementi. È il caso delle tastiere presenti in "In My Last Mourning...", capaci di donare una solenne tragicità all'atmosfera già sconfortante, oppure degli assoli che contribuiscono a esprimere afflizione e angoscia. Lo stesso brano d'apertura, "Suici.De.Pression (Introduction To My End)", nonostante il sottotitolo fra parentesi, non è una mera introduzione pianistica utilizzata come orpello, quanto una vera e propria canzone dall'umore agrodolce, dotata di personalità e che non vi verrà mai in mente di evitare in futuro come vi sarà capitato con tanti preludi superflui.
L'attenzione certosina per la melodia è uno dei punti forti del demo / album, che non viene sostanzialmente mai celata sotto effetti invadenti o "ronzii" troppo grezzi. Il lavoro chitarristico è pregevolissimo e i Thy Light sono in grado di tenere vivo l'interesse dell'ascoltatore grazie a passaggi acustici, arpeggi, interventi pianistici e variazioni ritmiche (pur se mancano accelerazioni forsennate) che riducono così le parti più ortodosse (presenti in "A Crawling Worm In A World Of Lies"), senza far mai pesare la durata consistente dei brani, croce e delizia di tante formazioni del genere. Sovente ci si allontana così tanto dal depressive tout court che l'inizio di "I Am Bitter Taste Of Gall" ricorda certe atmosfere dei Fear Of Eternity più che i Forgotten Tomb, tanto per fare un nome.
Trovare difetti a "Suici.De.Pression" per quanto possibile lo trovo davvero inutile, data l'eccelsa qualità della musica ivi contenuta e il fatto che originariamente si trattava di un demo interamente realizzato dal solo Paolo Bruno, col supporto di Alex Witchfinder esclusivamente per la stesura dei testi. Forse qualche sbavatura è presente nel suono della batteria, ma si tratta di piccolezze superflue che emergono soltanto a patto di distrarre la propria attenzione dal flusso sonoro complessivo attraverso una fredda operazione "razionale".
Per quanto riguarda il lavoro di confezionamento, il cd è racchiuso in una custodia apribile in cartoncino dalle tonalità in bianco e nero, discretamente solida, priva di libretto e con i testi e le informazioni minime stampati sopra. Apprendo così che l'opera è un omaggio alla memoria di Everaldo Dolensi Junior, suicidatosi nel settembre del 2006.
Raramente ho trovato gruppi capaci di essere così viscerali e al tempo stesso di non rinchiudersi in ristrette gabbie compositive nel filone depressive, perciò devo fare un vero plauso a Thy Light. "Suici.De.Pression" è caldamente consigliato a chi abbia voglia di cimentarsi nel black metal depressivo libero da vincoli inaridenti. E intanto attendo che Paolo Bruno torni a produrre materiale inedito...
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Gruppo: Situs Magus
Titolo: Le Grand Oeuvre
Anno: 2013
Provenienza: Rhône-Alpes, Francia
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: facebook.com/pages/Situs-Magus/281820795175510
Autore: Bosj
Tracklist
1. Intro
2. Oeuvre Au Noir
3. Oeuvre Au Blanc
4. Oeuvre Au Jaune
5. Oeuvre Au Rouge
DURATA: 49:28
Del progetto Situs Magus non si sa nulla all'infuori della provenienza, la Francia, e del fatto che si tratta di una one-man band. E già per scoprire che si tratta di un progetto solista bisogna spulciare i comunicati dell'etichetta, poiché da parte della band tutto tace (la pagina Facebook è aggiornata ad agosto 2012, e non esiste alcun altro contatto).
La nostrana Avantgarde Music presenta al grande pubblico un nuovo, interessante progetto black metal "importante". Importante per il simbolismo, per l'ermetismo, per l'esoterismo di cui "Le Grand Oeuvre" ("Magnum Opus", la Grande Opera) si fa portatore. Cinque brani, tra cui una breve introduzione, ma nel booklet nessun testo e in generale nessuna informazione accessibile, bensì iscrizioni latine, immagini che non sarebbero fuori posto in un libro di alchimia del XVII secolo e un'illustrazione centrale di estrazione religiosa in cui i testi sono per metà latini e per metà enochiani, esattamente come accade nella copertina, dove un corvo, un teschio, alambicchi vari, libri di incantesimi e persino una sfinge lasciano ben poco spazio a significati contingenti. I riferimenti chiari, tuttavia, sono quelli legati proprio all'alchimia, nel cui contesto il "Magnum Opus" simboleggia la riuscita creazione della pietra filosofale, e il cui processo creativo, appunto, è diviso nei quattro successivi momenti del nero, del bianco, del giallo e del rosso.
La musica, dal canto suo, dà tutta l'aria di essere parte di quel filone filosofico-religioso sullo stile di Ondskapt e, soprattutto, Deathspell Omega: ritmi sincopati, ma con aperture atmosferiche, scream imperterrito, strutture litaniache che fanno assumere al brano i connotati del cerimoniale, più che della tradizionale forma canzone. Un cerimoniale oscuro, deviato, malato e tetro, in cui vendere la propria anima al diavolo sarebbe probabilmente una scelta obbligata. Tutto è ottimamente amalgamato, e la sensazione di già sentito non è mai esagerata, seppure il disco si attesti su binari ormai piuttosto classici per il genere. Lo stacco tra i quattro diversi momenti è difficilmente percepibile, poiché l'atmosfera che permea questi cinquanta minuti di musica è rarefatta ed estremamente coesa: anche l'urlo disumano che apre l'ultimo brano, per quanto il distacco tra il prima e il dopo sia netto, non dà in alcun modo l'impressione di essere slegato dal resto del lavoro. L'aspetto musicale quindi, di nuovo, è ben costruito e ben rappresentato in "Le Grand Oeuvre", il che non potrà fare altro che la felicità dei cultori di questa corrente, tuttavia non ci si scrolla mai di dosso la sensazione di non riuscire a cogliere appieno la portata di questo lavoro a causa dell'impermeabilità del progetto e del suo contesto.
Non si può che prendere atto dell'esistenza di Situs Magus, apprezzarne lo sforzo e attendere che qualcuno o qualcosa ci fornisca una chiave di lettura completa per comprendere i misteri dei processi alchemici, dell'esoterico raggiungimento di obiettivi cui l'uomo anela dalla notte dei tempi. Senza dubbio il portato occulto ed esoterico di questa Grande Opera è dirompente: tentare di decifrarlo sarà un piacere.
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Gruppo: Elio E Le Storie Tese
Titolo: L'Album Biango
Anno: 2013
Provenienza: Milano, Italia
Etichetta: Hukapan / Sony Music
Contatti: elioelestorietese.it
Autore: Istrice
Tracklist
1. Televisione Russa
2. Dannati Forever
3. La Canzone Mononota
4. Il Ritmo Della Sala Prove
5. Lettere Dal WWW
6. Enlarge (Your Penis)
7. Lampo
8. Luigi Il Pugilista
9. Una Sera Con Gli Amici
10. Amore Amorissimo
11. Il Tutor Di Nerone
12. Reggia (Base Per Altezza)
13. Come Gli Area
14. A Piazza San Giovanni
15. Il Complesso Del Primo Maggio
DURATA: 65:09
Ogni nuova uscita degli Elio E Le Storie Tese porta con sé una dose di attesa, di impazienza, di speranze e successivamente di critiche, lodi, controcritiche, controlodi come nessuna altra band del panorama musicale italiano. In tre decenni di carriera (e oltre due di produzioni) si sono trasformati da gruppo di culto preservato attentamente da una schiera di sostenitori irriducibili (sarebbe il caso di parlare di "fave", come vengono nominati i membri del loro fan club) a un fenomeno musicale di massima visibilità grazie alle sempre più frequenti apparizioni (da molti anni a questa parte, va detto) degli stessi su ogni sorta di media, riuscendo tuttavia a non allontanare le frange più intransigenti. La ricetta è stata semplice, proseguire nel proprio percorso cercando di scendere il meno possibile a compromessi e mantenendo sempre ai massimi livelli la qualità musicale e intellettuale della propria proposta.
Il 2013 li vede tornare sulle scene con la nona prova in studio, "L'Album Biango", titolo dagli evidenti riferimenti "beatlesiani", già ampiamente svelato durante le tappe del tour, Sanremo e concertone del primo maggio. Aspetto che peraltro incarna uno dei due problemi fondamentali di questo disco. Partiamo appunto dal primo: la mancanza di sorpresa, fondamentale in ogni nuovo disco degli EelST. Le hit ci sono eccome, ma i pezzi da novanta erano già diventati tutti di dominio pubblico: "Dannati Forever" è una parodia icastica del concetto di peccato e peccatore; "La Canzone Mononota" va ad inserirsi nel novero delle migliori composizioni mai sfornate dal gruppo, un delirante esercizio di stile che avrebbe fatto gridare al miracolo a un primo ascolto, non fosse stata già tanto celebrata sul palco dell'Ariston;, infine la conclusiva "Il Complesso Del Primo Maggio" annienta l'ascoltatore col suo ghigno beffardo e ironico e, assieme alla sua introduzione cantata da Eugenio Finardi "A Piazza San Giovanni", prende colossalmente per i fondelli usi e costumi del concertone.
Non mancano altri pezzi meritevoli, su "Enlarge (Your Penis)" non riesco a spendere parole, mentre segnalo su tutte "Lampo", che con le sue ritmiche rock dileggia la mania moderna di intasare i social network di foto, e "Come Gli Area", celebrazione in pieno stile "eliano" della band capitanata da Demetrio Stratos. Per il resto il disco si snoda attraverso un pacchetto di brani assolutamente di buon livello, che tuttavia per l'ascoltatore incallito, abituato agli standard sovrumani della band, non riescono a essere del tutto convincenti seppure assolutamente divertenti, godibili, con picchi di non-sense davvero pregevoli.
Arriviamo così al secondo problema. L'insostenibile pesantezza di essere uscito dopo quel capolavoro che porta il titolo di "Studentessi", album incredibile, il cui lotto innumerevole di canzoni da classifica riportava prepotentemente gli Elii ai fasti dei primi anni Novanta, dopo qualche uscita non scintillante, se paragonata con il livello irraggiungibile del primo trittico di album. Il fardello è decisamente pesante, e a larghi tratti schiaccia il malcapitato neonato che da parte sua non ha in realtà particolari colpe. Semplicemente ci si trova davanti a un ottimo disco degli EelST, ovvero un album che per il resto dell'umanità è pura fantascienza, ma questo al giorno d'oggi può non bastare.
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Gruppo: Aboriorth
Titolo: The Austere Perpetuity Of Nothingness
Anno: 2011
Provenienza: Spagna
Etichetta: BlackSeed Productions
Contatti: blackseedprod.com
Autore: Insanity
Tracklist
1. The Truth Given In Gold Vessels And Beggar Hands
2. Hope Drunk And Faith Moribund
3. The Shortest Doom For The Hanged In A Silk Thread
4. While The Children Are Rotting In Their Tombs
5. The Place Where The Night Was Born And The Soul Died
6. Hurt [cover Nine Inch Nails]
DURATA: 44:02
Devo ammetterlo, la Penisola Iberica non è mai stata una zona di mio interesse per quanto riguarda il Black Metal; grazie alla BlackSeed Productions, etichetta spagnola dedita principalmente a questo genere, sto avendo modo però di conoscere qualche realtà interessante di questa regione. La prima in lista è Aboriorth, one man band nata dalla mente di un ex-membro dei più noti Kathaarsys: "The Austere Perpetuity Of Nothingness", oggetto di questa recensione, è il secondo album del progetto e devo dire che come biglietto da visita per l'area geografica da cui proviene ha funzionato alla grande.
Malefico, spietato, sofferente: questo è il sound proposto nelle sei tracce del disco, un Black Metal che riversa nelle orecchie dell'ascoltatore tutto il dolore e l'odio attraverso chitarre corpose e taglienti che emanano una discreta gamma di sensazioni, senza mai dare neanche un lieve accenno di positività. Si passa dalla furia nera del brano d'apertura alla malinconia mista a rabbia di "The Shortest Doom For The Hanged In A Silk Thread" (che nella seconda parte sembra quasi avvicinarsi a certo Post-Rock, ma senza nemmeno sfiorarlo), passando per la triste e vagamente Depressive "Hope Drunk And Faith Moribund" e concludendo con un'interessante cover di "Hurt" dei Nine Inch Nails (curioso come proprio pochi giorni fa mi sia capitato per caso di riascoltare l'originale).
Ottimo il lavoro alla batteria, immagino sia lo strumento principale della mente di questo progetto, per cui non mi stupisce la capacità di seguire i brani, alternando sapientemente accelerazioni e rallentamenti e tirando fuori alcuni passaggi veramente degni di nota; anche il basso è ben udibile, riesce a supportare le asce rendendo più compatto e solido il risultato finale. I testi, nel libretto affiancati da rappresentazioni poco incoraggianti, trattano le tematiche già esposte dalla musica e sono ben interpretati dallo scream pregno di odio di Aboriorth. A completare il quadro troviamo una produzione che è un po' la ciliegina sulla torta del lavoro: sporca e grezza, ma lascia a ogni strumento il proprio spazio, l'equilibrio tra i vari elementi è ottimo.
In sostanza qua non troverete avanguardie o sperimentazioni assurde, "solo" Black Metal come piace a noi: cattivo e misantropo. Se è questo che cercate, tenete in mente il nome di questo spagnolo, ha tutte le carte in regola per soddisfarci.
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Gruppo: Lothorian
Titolo: Welldweller
Anno: 2013
Provenienza: Belgio
Etichetta: Acid Cosmonaut Records
Contatti: facebook.com/Lothorianband - lothorian.bandcamp.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Witchhunt
2. Welldweller
3. Atmosphere
4. Doomsday Calling
5. Cult
6. Shallow Ground
DURATA: 30:02
Ho già sentito qualcuno lagnarsi e dirsi saturo del gran numero di uscite degli ultimi anni che affondano le radici nel Doom, ma francamente a me viene davvero difficile capire il motivo di tali lamentele: per quanto mi riguarda, più ce n'è e meglio è! Mi trovo dunque qui a parlarvi con piacere dei Lothorian, giovane formazione belga che, grazie all'etichetta nostrana Acid Cosmonaut Records, ha fatto uscire l'EP "Welldweller", seconda prova in studio dopo una demo di debutto nel 2011.
Veniamo introdotti in tale parto discografico dalla strumentale "Witchhunt", la quale ci immerge in quell'infido pastone musicale formato da Sludge, Stoner e Doom con nomi quali Sleep, Iron Monkey, Bongzilla, Electric Wizard e via dicendo a fare da punti di riferimento: avrete ormai dunque compreso che ciò che ci aspetta è un faccia a faccia con macigni oppressivi sgorganti da una fonte densa, lenta e macilenta, con un'espressione musicale inquietante e greve che ribolle di impietosa pece. Pezzi come "Welldweller", "Doomsday Calling" e "Cult" espongono uno splendido riffing gonfio e gravido di pulsioni nere, atmosfere grasse in salsa Doom e una voce estraniata che reclama quasi le sembianze di un liquido denso e colloso che pare fluire dai margini di una dimensione assolutamente aliena.
I Lothorian ci portano al confronto con un viscoso magma sfiancante, negativo e nocivo, un magma che cola sulla frastagliata superficie della nostra sanità mentale; le chitarre dilaniano, straziano e tagliano con il loro incedere caustico, risucchiano ogni forma di vita con il loro letale e inarrestabile passaggio e divengono un fiume di resti organici, di malattia e di morte ormai esondato dalla sua infernale sede con l'unico scopo di ardere ed infettare il globo intero.
Con "Atmosphere" e "Shallow Ground" assistiamo anche all'intrusione di lievissimi sentori "psichedelici", ma non crediate siano momenti piacevoli: il processo di annerimento infinito dei riff cadenzati di sabbathiana memoria riprende presto il sopravvento e un turbinio di neuroni, ormai impazziti e sfiancati, rimbomba nel nostro cranio, al cui interno non vi è più alcunché di sano.
Ottima prova per i ragazzi belgi che dimostrano un'ennesima volta quanto codesto tipo di panorama musicale sia florido (nonostante quest'ultimo non sia un aggettivo particolarmente adatto al contesto) e ricco di qualità. Davvero un biglietto da visita esemplare per i Lothorian che, a questo punto, dovranno assolutamente essere seguiti e tenuti d'occhio con molta attenzione: spero davvero di sentirli presto di nuovo all'opera, magari con un album intero, e sono sicuro che in quel momento non faranno altro che asfaltarci a dovere, ancora una volta!
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Gruppo: Kruger
Titolo: 333
Anno: 2013
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Pelagic Records
Contatti: facebook.com/pages/Kruger-official/124642822544
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Wild Brunch
2. Herbivores
DURATA: 11:22
Gli svizzeri Kruger pubblicano le loro uscite con una cadenza a dir poco costante, ogni due o tre anni viene fuori qualcosa di nuovo, per cui — dato che la band aveva rilasciato il quarto capitolo "For Death, Glory And The End Of The World" nel 2010 — era ora che ci fosse concesso in pasto del materiale inedito. Per non smentirsi, eccoli puntuali come un orologio a servirci "333".
Stavolta però si tratta non di un vero e proprio pasto, bensì di un antipasto ben fatto, ben suonato ed equamente fornito di pulsioni atmosferiche post / sludge, melodie dall'imprinting rockeggiante e pesantezza fangosa che da anni fa loro compagnia, è questo che scalda il nostro udito. "333" è un ep di due tracce, un lavoro che potrebbe far storcere il naso a coloro i quali fossero in attesa del quinto tassello discografico, tuttavia il gruppo giustifica così la scelta intrapresa: "Two songs only, kidding me? Nope. Swiss quality, not quantity". Aggiungerei inoltre che anche la quantità è limitata, poiché il titolo affibbiato al disco corrisponde anche al numero di copie prodotte del vinile formato 10".
In fin dei conti comunque al quartetto basta davvero poco per coinvolgere, le montagne russe sonore insite in "The Wild Brunch" vengono accompagnate da tonnellate di groove. L'unico elemento che potrebbe mettervi "sul chi va la" è quella voce pulita che si staglia all'interno del pezzo, contrastando il growl ruvido: non è male, però ripeto, potrebbe risultare non troppo gradita. In "Herbivores" invece fuoriesce la parte più dura e arrabbiata degli elvetici, le concessioni a quel tipo d'inflessione melodica s'interrompono, puntando su un sound minaccioso e maggiormente scuro.
Questo ep non è di sicuro il modo migliore per conoscere i reali valori in possesso della band, quindi è consigliabile sia in qualità di ascolto che acquisto a chiunque abbia già avuto modo di approfondire la discografia dei Kruger. D'altro canto è una di quelle uscite ascrivibili alla sezione "esclusivamente per i fan" e che questi potranno esaminare sulla pagina Bandcamp, mentre difficilmente potrebbe soddisfare la curiosità di un neofita, al quale al contrario suggerisco di cibarsi delle pubblicazioni passate decisamente più corpose e succulente.
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Gruppo: Unborn Suffer
Titolo: Unborn Suffer
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Ghastly Music
Contatti: facebook.com/UnbornSuffer
Autore: Mourning
Tracklist
1. Human (I Am)
2. I Am Your Nemesis
3. Drugie Powolanie
4. Chains Of Nothingness (Rotten Womb)
5. From Torture To Concience
6. Post Abortum Pt 2
7. All Hope Abandoned
8. In Shadows And Dust [cover Kataklysm]
9. Deadly Deceivers
10. Fuck Until I Die
11. Procreated Suffering
12. Unborn Suffer
DURATA: 26:34
Gli Unborn Suffer hanno festeggiato la decade d'attività nel 2012, dopo aver mosso i primi passi nel 2002 con il demo "Unborn Suffer". L'anno passato hanno rilasciato fra l'altro la loro quarta uscita full, anch'essa dal titolo omonimo, come a voler rinverdire gli intenti d'inizio carriera.
La formazione polacca, la quale cambia membri in formazione come fossero mutande al mattino (l'ultimo a finire fuori dai ranghi è stato il cantante Maciej "Mithras" Sybilski, presente proprio in questo disco), si muove all'interno della zona "brutallara", rimanendo legata a uno stile affine agli anni Novanta, in cui le tirate all'impazzata sempre e comunque non erano d'obbligo. Troviamo quindi, oltre alla forma di violenza caratterizzata da tempistiche martellanti e a spron battuto, anche sezioni dove il sound diviene più cupo e morboso, allentando la presa.
Non inventano niente di nuovo, la solfa è quella che conosciamo e ascoltiamo da tempo immemore, e che ci piace proprio perché pesta cattiva e alimenta atmosfere marcescenti, oltretutto con buonissimi risultati: "Human (I Am)", dal quale è stato ricavato anche un video; "I Am Your Nemesis", in cui appare il primo ospite (Levan dei Mastabah, autore pure dell'assolo contenuto in "All Hope Abandoned") che inserisce la sua "dolce" ugola nel contesto; la brevissima e ficcante "Chains Of Nothingness (Rotten Womb)"; "Procreated Suffering", secondo episodio che vede il supporto di un elemento esterno alla band (Andy Weedgrinder dei particolarmente "stoned" Cannabis Corpse) sempre alla voce.
È discutibile invece l'utilità degli intermezzi "Post Abortum Pt 2" e "Fuck Until I Die", mentre sono apprezzabili sia la cover dei Kataklysm di "In Shadows And Dust", estremizzata per l'occasione, che l'ambientazione decadente fornita dai synth dell'ospite Lestath nella titletrack strumentale posta in chiusura del lavoro. C'è pure una piccola sorpresa prima della reale conclusione del disco, però la lascio scoprire a voi.
Gli Unborn Suffer sono una di quelle band che svolgono il compito in modo onesto e privo di sbavature. Mostrano di possedere un batterista, Lukasz "Lukass" Ziólkowski, capace di fornire dinamismo alla proposta (notate i buonissimi i cambi di tempo in "Deadly Deceivers") e dal canto suo Maciej sciorina una prova convincente per quanto concerne la combinazione fra growl, scream soffocati e invasioni "suine" dietro al microfono.
In definitiva, se nel vostro stereo girano ancora e ancora gli album dei vecchi Devourment e Dying Fetus, se quel periodo musicale per voi non è mai finito, un ascolto a "Unbourn Suffer" dovreste decisamente darlo e chissà, magari a un prezzo discreto potreste anche togliervi lo sfizio dell'acquisto.
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Information
Date: 29/04-01/05/2013
Location: Pinggu, Beijing, China
Author: Lord Pist
The Beijing Midi School of Music — not as in the file extension for karaoke tracks or retro games soundtracks, it is actually the school's name — was founded in 1993, the first in China to officially teach "new" genres like jazz, blues, rock and so on. Let's not forget that, up to the late '70s, music (especially if foreign) didn't have chance to easily enter people's lives during the austere maoist era. A somewhat relevant rock movement will take its first steps only in the second half of the '80s and early '90s, around such musicians as Cui Jian and Dou Wei.

The history of the Midi Modern Music Festival (also known as Midi Festival) can be seen as the history of (not only) rock music in China. The event started as some kind of "end of the year performance" in 2000, with bands formed by students from the school. Eight hundred people, just one stage inside the school, thirty-seven bands performing over two days, free entrance. In a few years' time, the festival moved outdoors in 2004 because of increasingly high numbers (six thousand people that year) and has never gone back since. One of the main differences from European festivals is the diversity of the music: signaling a scenery still relatively young and thus not "specialized" enough to offer high quality festivals for specifically "metal", "rock", "electronic”" or else audiences, although rock clearly represents the most part of the festival.
The festival is usually held in the Beijing area around Labor's Day, one of the most important holidays in China, in order to allow people from every part of the country to enjoy the event without thinking too much about school or work. However, the festival is now big enough to have branched South with a couple of stops (2013 also saw the second edition of the Midi Festival in Shanghai).
The 2013 Beijing Midi Festival also celebrated the twentieth anniversary of the music school. I had already been to the 2011 edition, but couldn't camp for more than one day. This time I had chance to live all three days, so my report will be more detailed. Let's start from the location: this year the festival has been held in the Pinggu area, about two hours eastwards by bus from the center of Beijing (adding a seventeen-hour night-train, without a bed, from Shanghai in my case). This choice turned out to be good in some respects (blue sky and green hills — this area hosts skiing paths during the winter — and far from the unbearable shroud of smog that haunts the city), but lacking in others (the closest urban area was at a twenty minute illegal taxi ride distance).

The camping area is very close to the festival — and this is a positive aspect — introducing beverages from outside is forbidden here as well though, consequently leading to literally thousands of bottles going to waste before the security check. The quantity of bathrooms was not enough for the amount of people camping during the three days (about 20000 people), in addition there was no shower to be used (at least not for men) and this sure influenced the evaluation of the management of the facilities. What's more strange is that you could only get in and out from the concert area once during the day, let's just say that there's still work to be done in terms of organization.

A lot of food, merchandising and gadgets stands were sparsely distributed around the festival area, contributing to give the festival a positive vibe. Given that the German festivals' standards are of course still quite far, one can't complain about the general quality of this specific aspect.
After having spent some words about the organization, it's finally time to speak about the reason one goes to festivals in the first place: the music. More than eighty bands on four stages (plus another one for the bands from the school kids), trying to give the audience an offer as diverse as possible, from metalcore to folk, through drum and bass and straight-up rock to name a few.
APRIL 29 – A TASTE OF MIDI
18:50 Nova Heart (China – Electronic - Tang Stage)
The first day went on almost unnoticed, spent between bus, the setting of tents and other practical matters. I finally had chance to see my first band in the late afternoon: Nova Heart, an electronic quartet hailing from Beijing. When I reach the stage, the first half of the performance is already gone, but I got immediately bewitched by the enveloping rhythm of their music, somewhere between trip-hop atmospheres and (almost) frantic dancing moments. The performance revolves around the vocalist Feng Haining, who gives a personal vibe to the songs. Nova Heart have already toured Europe and America and they can be found on Soundcloud with some free tracks. Best band of the first day.
19:50 液氧罐头 [Yeyang Guantou] (China – Nu Metal / Crossover – Tang Stage)
It is interesting to see how a genre so long gone in the West, like nu metal / crossover, here is still one of the prominent parts of the biggest festival. Some bands introduced this style to China in the late '90s - early '00s (like Twisted Machine), and many other followed and literally invaded the stages of the whole country. This band doesn't add anything particularly striking to the mix, apart from some "reggae-ish" moments. First dreadlock-haired Chinese people of the festival, many more to come.
21:40 激肤乐团 [My Skin Against Your Skin] (Taiwan – Indie / Punk Rock – Song Stage)
A couple of quick stops at the smaller stages (drum and bass with the Swiss duo Bubble Beatz and some country rock with the Randy Abel Stable) and I'm off to the Song stage. The festival starts suffering serious delays on the main stages and My Skin Against Your Skin start their show more than an hour later than scheduled. This is another new band for me, with a female vocalist again, this Taiwanese act reminds me of SUBS (headliners of the second day) and a dozen or so of similar foreign bands (most of the lyrics are sung in English). Despite their not being the most original act around, MSAYS deliver a good performance and gets a warm response by the dancing audience. Nice dress.
22:30 战斧 [Tomahawk] (China – Nu Metal / Thrash – Song Stage)
One of the longest-standing nu metal local acts, especially because of their 2001 album "死城" ("Dead City"). Their style is heavier than Twisted Machine, often bordering groove and thrash metal. First example of the peculiar notion of a Chinese festival headliner: no band plays more than 40-45 minutes, not even the bigger acts. Twisted Machine themselves will close the first day, but I was way too tired after all that travelling in a few days and couldn't make it to the stage. Shit man, Pantera?
APRIL 30 – THINGS GET SERIOUS
13:15 Before The Daylight (China – Metalcore – Qing Stage)
On the second day I was in definitely better shape and ready to enjoy the festival at its fullest. To better start the day, I go to see the first band on one of the minor stages. Metalcore seems to be one of the most widespread genres around here in the latest couple of years, this band features a girl on vocals. Their performance alternates raw screaming and even too melodic moments, sometimes lacking in consistency. All in all a good band for an half an hour show.
16:00 布衣 [Buyi] (China – Alternative / Folk Rock – Tang Stage)
After a visit to the stands and some purchasing, it is time for me to go and see one of the most notable and popular bands in contemporary Chinese rock: 布衣 was found in 1995, although they'll start obtaining national attention only around the mid-'00s. The band's name literally means "cloth", but in Chinese it indicates common people, their lyrics are often funny and easy to sing along. This was the third time I saw them live (the first at a festival though), Wu Ningyue and the others again live up to their fame and easily own the stage and the audience, singing most of the songs with them. Towards the middle of the show, I leave for the Qing stage, satisfied as usual by Buyi's performance. Consciously entertaining.

17:00 Bloody Woods [血森林] (China – Neofolk – Qing Stage)
Here is the band I was most curious about on the second day, although I had never heard of them before reading their name on the bill. Pretty soon I've found out this project is linked to 白水 (Bai Shui, "Plain Water"), main act of the talented musician symbol of the rising Chinese neofolk scene, Gu Dao. The show starts about half an hour later because of some issues with cables and equipment, which unfortunately have been quite frequent throughout the festival. This band comes from Sichuan and is quite different from Bai Shui, because in this case the main inspiration is quite clearly Europe, even featuring some lyrics sung in German by the vocalist Anna. Bloody Woods sound at time as some sort of mixture between Corde Oblique, Neun Welten, Ataraxia, the "new" European neofolk and related styles so to speak. Ethereal atmospheres intermingle with straight-up folky up-tempos, Gu Dao succeeds in capturing the not too wide afternoon audience on the minor stage. Brilliantly made up for the delay.
19:50 木玛 & Third Party [Muma] (China – Electronic Rock – Tang Stage)
Another little break to get ready for the evening while having some dinner and casually see some bands from afar. When nights comes down it is time for another of the most relevant people in the last fifteen years of Chinese rock to go on stage: Mu Ma. The founder of the almost eponymous band Muma 木马 in the late '90s, he went on to play with Third Party, gradually switching from a Western-bands-inspired alternative rock to a more electronic-oriented sound. The performance is top notch, the background videos are carefully chosen and complete the experience, the music shrouds everyone quite easily and you might end up dancing without even realizing it. Top show of the second day.
21:20 巨蟹座 [Cancer] (China – Nu Metal – Song Stage)
Another band with more than ten years' experience in the nu metal field, that also raised some controversy because of the socially engaged lyrics. Unfortunately, the Song stage kept on piling up delays, resulting in Cancer starting their show about an hour later than expected. Their performance is solid and confirms the liveliness of the alternative scene around Beijing between the late '90s and early '00s. Professionals (cit.).
22:20 SUBS (China – Indie / Punk Rock – Song Stage)
The main event also suffered some more delay during the setup, but I still hope I'll manage to see their show. SUBS is one of the most successful bands in the Chinese punk scene, counting on vocalist Kang Mao's charisma and their ever so intense and charming performances. The crowd welcomes them with enthusiasm and they waste no more time pounding their rock, seriously aiming to the ideal "top of the festival" award. Sadly, about twenty minutes later, they get stopped by the organization because it was too late and the rules don't allow outdoor concerts after a certain time (something similar happened to Voodoo Kung Fu in 2011). Missed chance.
1 MAY – THE GRAND FINALE

13:30 九宝 [Nine Treasures] (China – Folk Metal – Tang Stage)
The third and last day looks promising enough from the start, featuring one of the "new wave of Inner Mongolian metal". Since Hanggai emerged in the mid-'00s with their danceable folk rock, traditional clothes and Mongolian lyrics, a lot of new bands from that province started spreading over the country with their mixture of traditional instruments and different styles of rock / metal (Tengger Cavalry and Ego Fall to name a couple). After a quick listen to another Mongolian band (no surprise) on the minor stage, I head to the Tang stage, where Nine Treasures gathered a huge crowd for an early afternoon performance. It might have been the usual routine, traditional clothes and instruments (such as the balalaika) along with a couple of jokes in Mongolian with the audience, but the band delivers one of the best shows of the whole festival instead (their first time at the Midi), hands down. Unfortunately they just had thirty minutes, but it's very likely they'll climb some steps up the bill in the future (although it doesn’t seem to matter that much around here, since headliners just play around forty minutes). Best newcomers.
15:30 脑浊 [Brain Failure] (China – Punk / Pop / Ska Rock – Tang Stage)
Many historic bands from different genres performed over these three days, the last hot afternoon saw the main Chinese punk rock act taking control of the stage. Founded in 1997, Brain Failure is one of the Chinese rock bands most popular abroad. Their gig is easily one of the most intense of the whole festival, with the audience literally PENDING from their strings and going crazy (even a security guard gave us a memorable crowd-surfing moment). Brain Failure is a constant presence at major festivals throughout the country, delivering forty quality minutes that set the bar very high for the bands to come. "I'm coming down!".

16:20 窒息 [Suffocated] (China – Thrash / Death Metal – Tang Stage)
Here we go, arguably the closest band to Aristocrazia's interests, one of the first extreme metal bands to set foot on Chinese stages. Suffocated was formed between 1996 and 1997, a turning point in the (not crowded) metal scene of that time. They have been a reputable live act for many years and always a pleasure for those who like this style. The performance was saluted by some moshing and different-length hair twirling all over the hill, at the end I get back to the tent for the last break before the grand finale. Metal.
20:00 Bubble Beatz (Switzerland – Drum And Bass / Electronic – Mini Stage)
One of the smaller stages was dedicated to electronic music, with two bands alternating three or four times during the day. I believe it is right to write a couple of lines about Bubble Beatz, the Suisse duo that managed to deliver intense and successful performances to the not-so-numerous audience. Their main feature is the use of many different "instruments", such as pots, pans, bins and so on. Bubble Beatz succeeded in making the rigid Beijing audience dance (they were much more apt to move, as usual, during the main stages' shows). They got asked for two encores, perfect conclusion to three days in the Beijing countryside to remember for the Suisse combo. Sweaty.
20:40 Sybreed (Switzerland – Industrial Metal – Song Stage)
Chinese festivals do not abound with foreign bands, usually adding up to a dozen names and quite rarely performing as headliners. Again from Switzerland, Sybreed was probably the best-known foreign band this year, and their performance suffered from the usual delays on the main stage. Quite a big crowd gathered for their stage and the result was praiseworthy, mainly playing songs off their best work "Antares" during the forty minutes they had. A fair show as quasi-headliners.
22:00 痛苦的信仰 [Miserable Faith] (China – Nu Metal / Crossover / Rock – Tang Stage)
There is quite a while to wait before the start of Escape Plan's show, bowl-shaped hair and a huge crowd characterizes this pop / rock band from Beijing. The amount of people attending the show is crazy and, after a couple of songs, it's definitely time to head to the Song stage in order to see one of the most interesting acts around. Miserable Faith, as tradition has it, will close the festival playing for an oceanic audience. Yet another of the historic bands from the early '00s, they were among the first to lay the foundations for the new Chinese rock. In recent years the band went on introducing rock and folk elements to their sound, resulting less hard than their 2002 debut. Gao Hu and the others deliver a great performance, well accompanied by the background videos and the audience, singing along most of the songs. Here nu metal is not dead (yet).

Packing things when a festival is over is always a somewhat sad moment. You get out of a place seemingly existing only in that time and space, in order to get back to what is your own routine. A couple of hours bus ride back to the immense capital, from where the trip will start again, thinking that the next Beijing Midi Festival is still one-year away.
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Informazioni
Gruppo: The Horn
Titolo: Volume Ten
Anno: 2012
Provenienza: Melbourne, Australia
Etichetta: Shaytan Productions
Contatti: shaytanproductions.com/Contacts/Contacts.html
Autore: Bosj
Tracklist
1. The Portal Opens
2. Spell 165
3. Spell 124
4. Spell 47
5. Spell 146
6. Spell 26
7. Spell 156
8. Spell 66
9. The Portal Closes
10. Book Of Dust
11. Spell 110
12. Spell 53
13. Spell 93
14. Spell 7
DURATA: 74:40
Ho fatto la conoscenza del progetto The Horn appena qualche settimana fa, quando — ricevendo il materiale degli Al-Namrood — dal pacco è uscito a sorpresa questo "Volume Ten". Cercando di documentarmi al meglio (opera affatto semplice, considerando che l'autore in questione non ha alcuna pagina personale di riferimento all'infuori di quella dell'etichetta), scopro piano piano dettagli sempre più affascinanti: one-man band australiana, The Horn è in attività fin dal 1997, anno in cui ha pubblicato il debutto "The Egyptian Book Of The Dead Vol.1". Titolo particolare, per una "musica" che dire particolare è un eufemismo.
L'obiettivo del'Australiano è infatti quello di trasporre in musica l'intero Libro Dei Morti, l'insieme di iscrizioni funerarie che corredano le antiche tombe egizie; ciascuna singola iscrizione ("spell") rappresenta una formula rituale e ritualistica per accompagnare il defunto nel viaggio dalla morte alla successiva rinascita. Un lavoro decisamente lungo dunque, che dopo il debutto ha visto un arresto di quasi dieci anni, ma dal 2006 The Horn's A D MacHine (questo il sobrio nome scelto dal folle alle spalle del progetto) ha ripreso i lavori a pieno ritmo, rilasciando un full dietro l'altro, con qualche ep e compilation sparsi qua e là, e "Volume Ten", come è facilmente intuibile, non è che il decimo lavoro completo.
Fatte le dovute premesse, veniamo ai contenuti: la musica di The Horn, quale che sia l'esotica definizione che di volta in volta le viene affiancata, è fondamentalmente un noise/drone "super-mega-giga-ultra" distorto, alla cui base viene programmata una secchissima e "industrialoide" drum machine. A tutto ciò poi si aggiungono qua e là sintetizzatori, voci effettatissime e le immancabili percussioni orientaleggianti. Al di là dell'effetto straniante di bonghi e tamburi su un tappeto di bordoni chitarristici ruvidi e graffiati avant/post/durante, il lavoro di A D MacHine è davvero sui generis, tanto concettualmente quanto musicalmente.
Il vero problema, ma allo stesso tempo il più grande pregio di un disco (e di un modo di fare musica) del genere è che è talmente "weird" da risultare decontestualizzato in qualsiasi ambiente e in qualsiasi situazione. E che l'approccio del musicista australiano non prevede il singolo album come mezzo di diffusione della propria arte, bensì l'opera omnia, il canovaccio nel suo insieme. E dieci e più dischi drone da sessanta, settanta minuti ciascuno, sono davvero una mazzata. D'altro canto siamo di fronte a uno degli ormai rarissimi esempi di musica (laddove per musica si intende rumorismo di vario genere lavorato e rielaborato) non di genere, non definita, con fondamenta radicate in un'idea personalissima e assolutamente fuori dagli schemi. Il minimo che posso fare è dirvi di provare ad avvicinarvi a questo piccolo grande universo sonoro.
Nota a margine: nel mio peregrinare in cerca di informazioni ho inteso che The Horn fa parte di un non meglio definibile "collettivo", tale InterWebMegaLink, dedito alla promozione della scena "out-noise" australe. Io ve l'ho detto, poi fate vobis...
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Gruppo: Harasai
Titolo: Psychotic Kingdom
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Quality Steel Records
Contatti: facebook.com/harasai
Autore: Mourning
Tracklist
1. Resist To Rebuild
2. The Liquid Everything
3. Three Kings
4. The Art Of The Sun
5. Skywards We Fly
6. Heretic Souls
7. Psychotic Kingdom
8. Dying Race Domain
9. In Circles Forever
10. Reflections
DURATA: 50:48
Scrivere di melodic death al giorno d'oggi è divenuto alquanto complicato. Pur mettendo da parte l'astio rivolto in direzione di questo stile di coloro che non ne hanno mai accettato l'esistenza, la colpa di tale difficoltà risiede nell'evoluzione dello stesso, che si è sputtanato e reso alle volte estremamente ridicolo, a causa di inflessioni nel sound poco gradite e al limite dell'adolescenziale-pop-comico, per non dire intollerabili, per chiunque ascolti le uscite prodotte sin dagli anni Novanta. Eppure c'è ancora chi tiene alta la testa, non inventando nulla, questo sia chiaro, ma mostrando di avere compreso e assorbito le lezioni impartite in passato dai grandi nomi. Partendo da quella base, c'è chi ha dato prova di saper comporre della buona musica e in tal senso un esempio concreto lo forniscono i tedeschi Harasai.
Il quintetto al tempo del debutto "I-Conception" aveva fatto intendere di possedere le doti e la dimestichezza necessarie per muoversi all'interno di questo panorama, evitando rovinose cadute di stile. Adesso, a tre anni di distanza da quell'uscita, torna a confermare quanto pronosticato, mettendo sul piatto il secondo album "Psychotic Kingdom" che si gioca la partita, conscio di poter ottenere un buon risultato. I riferimenti continuano a essere i soliti: prendiamo quindi in considerazione Dark Tranquillity, In Flames e At The Gates come fonti primarie e aggiungiamo sprazzi di Opeth e tratti sognanti/epici di stampo finnico; per fare un nome potrei citare gli Insomnium, anche se i teutonici non sono così esageratamente aperti e malincolici nell'esporsi.
Una volta inserito il cd e sin dalle note d'apertura di una irruenta "Resist To Rebuild", verrete inondati da una proposta che ruota intorno alla combinazione azzeccata di impatto e atmosfere. Il gruppo ha composto un disco equilibrato, capace di piantare i piedi, inserendosi nell'orecchio tramite un aumento netto della velocità in chiave ritmica o approfittando di soluzioni decisamente più abbordabili e orecchiabili. Sarà quindi facile imbattersi in aperture acustiche improvvise come quelle riscontrabili in "The Liquid Everything", "Three Kings" e quella posta all'inizio di "The Art Of The Sun" (alla quale viene accoppiata anche la voce pulita, che ritroviamo anche nel ritornello vagamente alla Dan Swanö che si fa strada in "In Circles Forever"), quanto scontrarsi con episodi più robusti e intensi quali "Heretic Souls", "Psychotic Kingdom" e "Dying Race Domain".
La produzione è genuina, sebbene un tantino sotto tono rispetto alla precedente e affidata non più alle mani di Swanö, bensì all'accoppiata formata da Sebastian Levermann (musicista dei connazionali Oden Organ) e Dennis Koehne (ingegnere del suono che ha collaborato con Caliban, Tiamat e Lacuna Coil). Insieme alle buone doti compositive e alla solidità in fase sia di creazione che d'esecuzione dei pezzi fa degli Harasai e di "Psychotic Kingdom" un'accoppiata che gli appassionati sostenitori del melodic death troveranno alquanto piacevole e di conseguenza una compagnia gradita alla quale si potrebbe sicuramente concedere un po' del proprio tempo. Tenetela a mente.
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Gruppo: Acrania
Titolo: An Uncertain Collision
Anno: 2012
Provenienza: Messico
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/acraniaofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Treason, Politics & Death
2. Deceive The Pain
3. Now
4. A Praise To Madness
5. Revolution & Tequila
6. But Not Today
7. Speartooth
8. Vallarta Night
9. In My Land
DURATA: 40:54
Death metal e contaminazione sono due parole che per voi non potranno mai stare insieme? Lasciate immediatamente questo testo. Strumenti provenienti dal mondo jazz e ritmiche non classicamente metal all'interno dei brani vi fanno venire l'orticaria? Lasciate immediatamente questo pezzo (e sono due).
I messicani Acrania nascono più di una decade fa con il nome Necrofilia che abbandonano nel 2006 dopo aver prodotto un solo demo omonimo rilasciato nel 2004, sinora il cambio d'identità ci aveva consegnato l'ep "In Peaceful Chaos" nel 2007 e il primo disco "Unbreakable Fury" nel 2010. Il finire del 2012 ci ha invece regalato il secondo capitolo full "An Uncertain Collision". La formazione ha composto una serie di tracce veramente belle. All'interno di essa milita il batterista J.C. Chávez, membro anche dei Darkcreed (ce la daranno la gioia di produrre un bell'album prima o poi?), già presente nell'incarnazione precedente insieme ai compagni d'avventura storici: il chitarrista Félix Carreón Hernandez e il cantante-chitarrista Luis F. Oropeza R., mentree Alberto Morales è il bassista e Ignacio Gómez Ceja il batterista.
Non inizierò a tediarvi parlando d'innovazione, inventiva e chissà quale mirabolante presa per il culo, gli esperimenti di stampo ibrido esistono da una vita e i signori Atheist ne sono la prova vivente: chi non ha mai ascoltato "Samba Briza"? Venne inserita nel contesto technical death degli statunitensi, facendo storcere il naso a tantissimi all'epoca, eppure era davvero così fuori posto? Non direi. Bene, i centroamericani vanno decisamente oltre e proprio per questo la premessa fatta poche righe più su ha un valore preciso. Sarebbe tempo perso per un amante delle atmosfere alla Autopsy che non cerchi altro che quelle impattare con un lavoro che è schizzato, che impasta con assiduità un death dalle venature thrash e melodiche con la musica latina, anche jazzata, sfruttando notevolmente le capacità del percussionista Ignacio, supportato dall'ottima ritmica fornita da J.C. e Alberto con i fiati (flauto) e gli ottoni (sax, tromba, trombone) sempre pronti a inserirsi nelle esecuzioni. L'unico risultato sarebbe quello di alimentare sterili polemiche sull'essere "true" o meno.
Cosa mi piace? "An Uncertain Collision" ha la capacità di pavoneggiarsi e incazzarsi, di essere raffinato e grezzo, è elaborato e allo stesso tempo talmente coinvolgente da divenire ascoltabile anche per coloro che non sono abituati a sonorità particolarmente pesanti, tenendo in conto però che la prestazione vocale di Luis è tutt'altro che tenera, poiché si poggia sui pezzi sempre e comunque in maniera aggressiva. C'è parecchio su cui potersi soffermare, ad esempio un brano come "Now" ti lascia quasi perplesso, è a tal punto sconnesso ritmicamente che finisce per colpirti (decidete voi se in positivo o negativo), mentre le lunghe "But Not Today" e "In My Land" palesano il fatto che risultare orecchiabili non voglia per forza dire produrre roba da scolaretti, difatti gli attimi di pieno respiro in cui il flauto è accompagnato dal basso e dalle percussioni segnano il passo della seconda e sono qualcosa di elementare e sublime allo stesso tempo, così come lo è l'assolo di sax che si fa strada in "Deceive The Pain". E come non chiamare in causa la breve e indovinatissima strumentale "Vallarta Night" spogliata dell'essenza metallica, ma che ti fa sognare di trascorrere un paio di giorni in quella splendida località che è Puerto Vallarta? Ogni canzone in un modo o nell'altro può dire davvero la sua.
Ho apprezzato la scelta di non affidarsi a una produzione chirurgica nella pulizia, infatti per quanto i suoni siano più che discretamente delineati, "An Uncertain Collision" non soffre della sterilità causata dalla freddezza artificiale (prendendo tale aggettivo nella sua accezione più negativa in questo caso) che uccide molte delle uscite che tentano di esplorare i territori di confine (e oltre) degli stili. Mi sarebbe invece piaciuto un basso maggiormente esposto, il lavoro di Alberto è ragguardevole, ma ogni tanto sembra finisca inghiottito dal turbinio di suoni che si viene a creare.
Non mi dilungherò ulteriormente, gli Acrania per il sottoscritto sono stati una piacevole sorpresa e il minimo che posso fare è consigliare l'ascolto di questo album. Lasciate fuori dalla vostra testa i pregiudizi e godetevi la musica.
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